«Ora vi leggo un pezzo di Boccaccio». Preso in mano il Decameron ho letto l’inizio della novella, quella di Andreuccio da Perugia. Ho letto fino al punto, con i due ragazzi giapponesi che mi guardavano sbalorditi perché nel primo periodo Boccaccio infila ben 23 proposizioni: ventitré! Ovvero una sequenza sintattica da perdere il fiato, una sbalorditiva tirata, un pranzo da ventitré portate, una dietro l’altra, senza stacchi, né interruzione di continuità. Come un pranzo, sì, un pranzo all’italiana, con antipasti, e primi, e secondi che sono il piatto forte, e poi tutto il resto.
«C’è anche il dessert!», ha esclamato allora Kurasige.
«Certo, Kurasige-san: anche il dessert! E adesso, pensate a come tradurre tutte queste ventitré portate. Anzi, ve lo dico io: mi portate in tavola un unico meraviglioso vassoio con ventitré tra tazze e tazzine, tutte lì che io non so assolutamente cosa venga prima e cosa dopo; e non può capirlo nessuno, perché in verità non c’è né un prima né un dopo, e uno può cominciare come vuole, da qualsiasi parte, mentre nel pranzo italiano ti portano l’antipasto e poi in ordine il resro. Non si può sbagliare. Tu vedi un piatto alla volta, una sequenza: proprio come nel periodo di 23 portate del Decameron»
[…]
«E’ questa la differenza tra sintassi e paratassi; e vi dico che sono buone tutte e due, che non vedo nessuna sintassi migliore di quella italiana, e nessuna paratassi migliore di quella giapponese, ed è per questo che nessuno mangia meglio di noi e di voi, e nessuno vive tanto a lungo come voi e noi. Due cucine diverse, due lingue diverse, due pensieri diversi. Ora dovete convincervi non soltanto della diversità insolubile, ma anche del fatto che in tale diversità sta la vostra profonda identità, a cui non dovete né potete rinunciare. Pena la morte.»
— Luigi Cerantola
(Articolo apparso su “D”, supplemento a Repubblica, 13 feb. 2010)